Pe Paolo Cugini
Giuro che
non l’ho fato apposta, per provocare. È venuto cosí, senza cercarlo, senza
doppi fini. Sono giunto sul posto della messa e ho aperto lo zainetto dove metto
gli indumenti e gli oggetti della messa. Ho notato che non c’era il camice.
Probabilmente la signora che lava gli indumenti della chiesa, ha pensato bene
di aprire lo zainetto per vedere le condizioni in cui si trovava il camice e la
stola viola del tempo di quaresima e ha pensato bene di lavare il tutto. Dal
canto mio non ho provveduto a guardare dentro, per verificare se tutto era a
posto prima di partire per tre giorni in una regione della parrocchia. Sono
giunto cosí, sul punto della messa senza camice e stola viola, come la liturgia
di quaresima esige, ma solo con una stola verde, tipica del tempo comune.
Appena ho notato che non c’era il camice mi sono accorto che addosso avevo la
maglia rossa di Che Guevara. Anche questo fatto non é voluto: era una delle
ultime rimaste nell’armadio. A questo punto mi rimanevano due alternative: o
tornare a casa (20 km) per prendere il camice e la stola viola, o celebrare
messa cosí, normale, mettendomi la stola verde sulla maglia rossa di Che Guevara.
E cosí é andata. Nessuno mi ha detto assolutamente nulla. Nessuno si é
avvicinato per dirmi qualcosa né sul camice, nel sul colore della stola, né
tanto meno sulla mia maglietta rossa di Che Guevara. É stato in questo momento
che sono diventato triste, perché il mio pensiero é andato immediatamente all’Italia,
al fatto che fra pochi mesi torneró in Italia definitivamente (ancora faccio
fatica a crederci: vedremo).
Senza dubbio lí in Italaia non sarei passato
inosservato e vari laici mi avrebbero criticato, richiamato, insultato.
Certamente se fossero stati presenti sacerdoti e suore in un contesto simile
sarei stato richiamato dalla curia, come minimo. E poi la gente si chiede
perché noi missionari facciamo cosí fatica a tornare!
Perché le
persone della comunitá di Taboa no mi
hanno detto nulla? A questo inquietante interrogativo posso dare alcune
risposte. La prima é che nelle comunitá di base il prete appare poche volte all’anno. Nella parrocchia di Ipirá, per
esempio, formata da piú di 100 Comunitá di base, la gente vede il prete tre o
quattro volte all’anno. Senza dubbio i lideres di comunitá incontrano spesso il
sacerdote, sia negli incontri formativi, che in altri momenti. Per la maggior
parte delle persone, peró, l’incontro con il sacerdote, nelle nostre parrocchie
formate di molte comunitá, é un fatto non molto frequente. Forse é per questo
che le persone non hanno tempo d’interessarsi molto dei vestiti e delle maglie
del prete. Guardano e pensano ad altre cose.
Altro
motivo. Per le persone presenti alla messa di sabato pomeriggio nella comunitá
di Taboa l’importante é la celebrazione, la Parola di Dio, l’Eucarestia, il
cantare e pregare assieme: il contorno non é molto importante. Abbiamo
celebrato a casa di una signore di 94 anni che vive da sola e alla quale tutti
vogliono molto bene. Me lo diceva il signor Dori dopo la messa: siamo venuti in
tanti perche vogliamo molto bene alla signora Binha. Siccome la casa é molto
piccola abbiamo deciso di celebrare fuori, come molto spesso succede, anche perché
si sono presentate per la messa una quarantina di persone. Nessuno dei presenti
arrivati aveva un volto triste, nostante la siccitá stia castigando questa
terra. Per le persone delle comunitá di base partecipare alla messa mensile o
bimensile é un piacere, una cosa bella e non un dovere o un precetto. Ci si
trova non solo per pregare, ma anche per aggiornare la situazione, rivedere gli
amici che da tempo non s’incontravano. Dopo la messa, infatti, c’é sempre il
classico cafezinho con un pezzo di torta o biscotti. La messa che celebro nelle
comunitá di base é sempre avvolta da molta umanitá, dando cosí sapore e
significato alla stessa celebrazione. In 13 anni di Brasile non ho mai
celebrato una messa senza che ci fosse qualcuno a cantare. Anche nella piú
piccola CEB (Comunitá Ecclesiale di Base), c’é sempre chi prepara la messa o la
celebrazione.
Ben diverso
é il quadro in Italia. Il prete é sempre presente nella parrocchia, formata da
un’unica comunitá. Forse é per questo che si ha il tempo di osservare i suoi
abiti liturgici e non. Oltre a ció é significativo anche il modo di celebrare
la liturgia. Quante messe domenicali (?) ho celebrato senza che nessuno
cantasse? Quante volte nella fatidica messa delle 11,30 nessuno si presentava a
leggere? Importante é che ci sia il prete con il camice e con la stola giusta:
il resto non c’entra. Se nessuno canta o se si recitano il gloria e l’alleluia
inveve di cantarli (cosa che non é mai successo nella mia esperienza
brasiliana!) nessuno dice nulla; se il prete si presentasse senza camice, con
la semplice stola sulla maglietta sarebbe l’argomento prediletto per settimane!
E se poi questa maglietta fosse rossa con l’immagine di Che Guevara stamapata
sopra: apriti cielo!
Sono
contraddizioni. Mi chiedo dove stia il senso di tutto questo ‘malessere’
religioso. Che cos’ é successo per cadere in un formalismo cosí pietoso,
sterile e ipocrita? Perché siamo arrivati al punto da non farci ribrezzo una
messa domenicale senza vita? O peggio: perché nonostante tutto, la gente
continua a frequentare questi riti funebri che sono diventate le messe della
domenica, in molte chiese italiane?
Io continueró,
finché potró, a celebrare le messe nelle comunitá di Base, per trovare
ispirazione e forza a celebrare anche nella mia amata terra. Nella speranza di
essere accolto (spero bene).